Addio a Carlo Pecorini, il diacono dal cuore sempre giovane

È morto nell'alba di oggi il diacono permanente Carlo Pecorini. Aveva compiuto 91 anni il 4 marzo, festeggiato nella sua parrocchia di Gragnano. Domani sera, 16 aprile, nella chiesa di San Michele Arcangelo a Gragnano alle ore 20 preghiera del rosario. I funerali, sempre a Gragnano, saranno venerdì 17 aprile alle ore 15 (nella foto sopra, Carlo Pecorini nella chiesa di Gragnano accanto all'immagine del gragnanese beato don Giuseppe Beotti).
"Pantaloni strappati? Io ero già alla moda...”
Era un innamorato della vita, della sua famiglia e della Chiesa, Carlo Pecorini. Sulla carta d’identità, aveva superato i novant'anni. Ma il cuore era quello pieno di entusiasmo di un ragazzino. Nato a Gragnanino, ripeteva sempre che con il latte materno sua madre gli aveva trasmesso anche la fede. “È stata lei la mia prima catechista. È stata davvero una santa mamma, che ha sopperito anche all’assenza del papà, morto a 35 anni, quando io ero molto giovane: avevo 7 anni. Vivevamo davvero la povertà. Ricevevo dai cugini vestiti dismessi e la mamma, sarta provetta, li aggiustava adeguandoli alla corporatura di noi figli. I giovani, oggi, vanno in giro con i pantaloni strappati, anzi li comprano così perché sono di moda. Io ero di moda già allora”, raccontava Carlo con l'ironia che lo contraddistingueva.
La sua forza: i legami con le persone
Sposato con Silvana dal 1968, papà orgoglioso di due figlie, nonno e bisnonno, come diacono permanente - era stato ordinato il 15 agosto 1999 - ha continuato finché ha potuto a dare un aiuto nelle celebrazioni in parrocchia, a Gragnano. Con 23 anni di servizio in ospedale alle spalle, non aveva smesso di voler stare accanto a chi soffre. “Vado cercare i malati - ci raccontava in un'intervista al nostro settimanale nel 2024 -. Ne ho due o tre che vado regolarmente a trovare. La solitudine è una brutta bestia. Io sono grato di vivere tante relazioni, di contare su un gruppo per nutrire la mia fede”. Carlo era un fedelissimo ai ritiri mensili dei diaconi permanenti. Con la moglie da trent’anni condivideva il percorso di riscoperta del battesimo nel Cammino neocatecumenale a S. Giuseppe Operaio. “Da soli - ripeteva - non si va da nessuna parte”.
Il carico di legname
Falegname il nonno. Falegname il papà. Falegname lui. Pecorini apparteneva a quella generazione di sapienti artigiani che conosce il valore della pazienza, del sacrificio, del tempo per arrivare a realizzare qualcosa di bello. “Ho lavorato oltre cinquant’anni, prima come dipendente, poi mettendomi in proprio, a Gragnanino, insieme a uno dei miei fratelli e ad altre due persone. Facevamo arredi completi per alberghi. Ne ricordo in particolare uno ad Assisi: un capolavoro”, ci aveva raccontato.
Carlo deve alla falegnameria la scoperta del diaconato permanente. “Il Signore usa delle strade che non possiamo nemmeno immaginare”. Per lui, è stato il camion di Roberto Schiavi, diacono permanente di Gragnano, morto nel 2015. “Mi serviva un mezzo grande per trasportare un grosso carico di legname per un lavoro e sapevo che Roberto lo aveva. Però lui non è che lo conoscessi bene. Durante il viaggio, ci siamo messi a chiacchierare. «Ma tu cosa fai stasera?», gli domando. «Vado a Piacenza a un incontro dei diaconi». «Posso venire anch’io a sentire?». Non sapevo nemmeno chi fossero, i diaconi. Da una curiosità è nata una vocazione”.
Grazie, sacerdoti
Una chiamata dentro la chiamata al matrimonio, per Carlo, che all’ombra del campanile ci è cresciuto e ha profonda gratitudine per i sacerdoti che hanno incrociato la sua strada. “Avevo problemi di salute e don Giovanni Dieci mi fece ammettere alla colonia di Misurina, dove rimasi sette mesi: pagò tutto lui, la mia mamma non poteva permetterselo. Oggi si criticano i preti, ma io ho ricevuto tanto, da tutti. E sai chi sono quelli che mi hanno dato di più? Quelli che mi erano più antipatici”. Uno l’ha reincontrato in ospedale. “Quando mi ha visto entrare in stanza, si è messo a piangere. Sapeva che stava per morire”.
In servizio per 23 anni in ospedale
Per Carlo gli anni in corsia sono stati una scuola di vita. “Prendevo il pullman la mattina alle 8 e tornavo la sera alle 6. Conoscevo tutti, dal primario all’infermiere agli oss”. Come ci si avvicina a chi soffre? “Prendevo una seggiola, mi sedevo accanto al letto ed erano loro, i malati, che si aprivano. Io non facevo altro che infilarmi nel discorso, offrire una parola, proporre una preghiera. Spesso usavano l’immagine delle «mani vuote». Mi hanno fatto riflettere”.
Anche lui, da bambino, ha provato cosa vuol dire essere immobile in un letto. “Mio nonno materno - dieci figli - era agricoltore; un suo amico era all’Isola Sacra, a Fiumicino, una delle colonie che il Duce dava alle famiglie numerose per lavorarle. Ho fatto là la 5ª elementare, ero un discolo. Una domenica ho preso un cavallo, sono caduto e mi sono lussato una spalla. Ho passato mesi al Fatebenefratelli. Avevo il braccio bloccato da un peso, due fraticelli venivano a imboccarmi: la carità fatta con amore, un insegnamento che mi è rimasto”. Come l’esempio della zia, la sorella di papà. “Aveva una bottega: allora, si segnavano le spese sul libretto e a fine mese si saldava. Ma noi non avevamo mai da pagare. Lei prendeva il libretto, lo strappava e lo buttava nel cestino”.
Barbara Sartori
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