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Sentirlo sulla pelle. La Cattolica e l'arte di camminare nei panni altrui

Universita Cattolica Piacenza mettiti nei miei pannijpg

Si chiama Axia. Si aggira attenta e tranquilla tra i corridoi del campus piacentino della Cattolica con quella calma assoluta che solo i cani addestrati sanno tenere nei luoghi affollati. Chi la incrocia si ferma, abbassa la voce, sorride. Lei non si distrae. Ha un lavoro da fare.

Axia è il cane guida di Barbara Contini, brillante e simpaticissima plurilaureata Unicatt, che mercoledì ha attraversato quegli stessi corridoi nel ruolo di volontaria e guida nell’ambito di «Mettiti nei miei panni», l’iniziativa dell’Università Cattolica che dal 2011 propone esperienze immersive di simulazione delle disabilità. Accanto a lei, e ad altri studenti con o senza disabilità che hanno accettato di mettersi alla prova come tutor, e accompagnare in varie experiences studenti universitari, docenti, personale tecnico-amministrativo, ma anche ragazzi delle scuole superiori che hanno vissuto per qualche ora dentro un corpo che non era il loro.

La formula è semplice, ma potente. Chi entra sceglie un percorso: motorio, con la carrozzina; visivo, bendato e con il bastone bianco; uditivo, con cuffie che azzerano i suoni; oppure il percorso legato ai disturbi dell’apprendimento, che rimette in discussione la certezza di saper leggere.

Il prof. Luigi D’Alonzo, delegato del rettore per l’inclusione degli studenti con disabilità, con disturbi specifici dell’apprendimento e con bisogni educativi speciali, promuove questo progetto dall’inizio. «Prendere consapevolezza dei bisogni speciali delle altre persone, sentirli sulla propria pelle, è il modo più diretto per migliorare la nostra società», dice senza retorica. «È un progetto iniziato nel 2011. I ragazzi stessi presentano ai loro compagni diversi percorsi».

Non è una cerimonia o un convegno sull’accessibilità. È qualcosa di più difficile da ignorare: l’esperienza vissuta in prima persona: «Esperienze intense e interessanti», aggiunge D’Alonzo, «che da parte di chi le fa hanno sempre un riscontro molto positivo».

Raffaella Iafrate, delegata alle pari opportunità, individua nella giornata qualcosa che va oltre la simulazione. «Sviluppare l’empatia, accrescere la capacità di mettersi nei panni dell’altro è fondamentale: in particolare sapere vedere il mondo con lo sguardo di chi è spesso vittima del pregiudizio di non essere in grado di fare ciò che fanno i cosiddetti normodotati» per poi scoprire « che le persone più ‘limitate’ sono quelle che non hanno disabilità».

Non è un paradosso: chi non ha mai dovuto affrontare una situazione di emergenza fisica, chi non ha mai cercato di capire dove fosse il rubinetto senza guardarlo, chi non ha mai dovuto fidarsi completamente di un’altra persona per muoversi in uno spazio chiuso, è semplicemente meno attrezzato. La disabilità, da questo punto di vista, forma. Educa alla risoluzione dei problemi, alla pazienza, alla collaborazione.

Nella foto, un momento dell'iniziativa “Mettiti nei miei panni” in Cattolica a Piacenza.

Pubblicato il 23 aprile 2026

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